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کتاب سیاه قوه قضائیه. گناهان ناگفتهٔ قضات ایتالیایی در احکام بخش انضباطی CSM ۱/۱

Il libro nero della magistratura. I peccati inconfessati delle toghe italiane nelle sentenze della Sezione disciplinare del CSM 1/1

جلد کتاب کتاب سیاه قوه قضائیه. گناهان ناگفتهٔ قضات ایتالیایی در احکام بخش انضباطی CSM ۱/۱

معرفی کتاب «کتاب سیاه قوه قضائیه. گناهان ناگفتهٔ قضات ایتالیایی در احکام بخش انضباطی CSM ۱/۱» (با عنوان لاتین Il libro nero della magistratura. I peccati inconfessati delle toghe italiane nelle sentenze della Sezione disciplinare del CSM 1/1) نوشتهٔ Stefano Zurlo، منتشرشده توسط نشر Baldini + Castoldi srl در سال 2020. این کتاب در فرمت pdf، زبان it ارائه شده است.

Prima edizione Baldini&Castoldi -La nave di Teseo novembre 2020 www.baldinicastoldi.it BaldiniCastoldi baldinicastoldi baldinicastoldi baldinicastoldi Alla Giustizia, vittima dei magistrati che hanno tradito ## INDICE Prefazione Il giudice copia la sentenza I ritardi non sono sistematici Espressioni da bordello Ventiduemila euro di «multa» per il ritardo Dimentica in cella l'imputato Rolex, vestiti e favori Giudice picchia la moglie ma viene assolto Prostitute & consulenze Il giudice molestatore della collega Il PM che fa l'avvocato Giudice dà delle puttane ai colleghi Giudice e vicesindaco nello stesso territorio Il giudice trascura il profilo dell'assassino Gli allegri maneggi del giudice che tiene famiglia Le avances senza ritegno del giudice predatore I regali del giudice pizzaiolo Il giudice lo lascia libero e lui uccide la moglie Il giudice ubriaco Il giudice e la rissa da saloon Il giudice sbaglia sentenza Il giudice dimentica gli imputati ai domiciliari La PM morbosa Il giudice e la perizia sul proprio lavoro Il giudice pilota il fallimento Il giudice e le parolacce Il giudice orco Le foto porno della GIP Il giudice trasloca ma si tiene la stanza e la chiave Il giudice copia la sentenza ma viene assolto La PM e il bellissimo attore Il giudice e la sentenza abnorme La cecità attentiva della PM Il PM dimentica la relazione La giudice corrotta PREFAZIONE Altro che Palamara. Le nomine, le spartizioni, gli accordi sottobanco fra le correnti. Tutto avvilente, per carità. Ma c'è ben altro, ben altre infezioni, nel corpo malato della corporazione togata. Comportamenti e azioni davanti a cui si resta interdetti e si fatica a trovare parole adeguate. Esagerazioni? Purtroppo no, fra sconcezze, vizietti inconfessabili e depravazioni varie. C'è il giudice lascivo che toccava le nipotine nell'intimità notturna della loro cameretta. C'è quello che ha alzato le mani sulla moglie, spedendola direttamente al pronto soccorso. C'è un magistrato che ha dimenticato in cella -ma come si fa? -un imputato per 51 giorni e l'altro che si è trasformato al volo in zerbino, buttando alle ortiche la fedele bilancia e copiando pari pari in nome del popolo italiano 55 pagine, non una di meno, scritte da una delle due parti in causa. Tutto vero, tutto documentato, tutto accaduto in Italia negli ultimi dieci anni. Me ne ero già accorto nel 2008 quando avevo deciso di passare alla lente d'ingrandimento del cronista il malessere del sistema giudiziario italiano. Come fare? Avevo bussato alle sacre porte del CSM, e avevo chiesto le carte della Sezione disciplinare, il grande specchio che mette a nudo le debolezze delle novemila toghe tricolori. È lì, alla Disciplinare, che si lavano i panni sporchi. Spesso, luridi. Ci vollero mesi e mesi, la solita giostra di pareri e contropareri all'italiana, ma alla fine, un bel giorno, mi fu recapitato a casa un pacco colossale, tipo supercesto natalizio. Solo che dentro c'erano migliaia e migliaia di pagine: i peccati inconfessati delle toghe. L'arroganza del potere. La fragilità umana di chi invece dovrebbe coniugare equilibrio e lucidità. La corruzione senza scrupoli. La sciatteria più disadorna. Storie sbalorditive. Come quella del pubblico ministero che chiedeva l'elemosina in mezzo alla strada, a pochi metri dal tribunale in cui lavorava. O quella di un altro PM, a suo modo creativo, che era ricorso all'ipnosi per far tornare la memoria al testimone di un omicidio. Peraltro con l'unico risultato di oltraggiare il codice. Una collezione di casi strabilianti e drammatici, lontani dai radar dell'opinione pubblica, anzi, per dirla tutta, sconosciuti agli italiani. Vicende che raramente emergono e, se finiscono sotto i riflettori, vengono confinate in un box o in una breve. Pubblicai tutto in due libri: La legge siamo noi, del 2009, Prepotenti e impuniti, del 2011. Ma, attenzione, fui costretto a sbianchettare tutti i nomi e a cambiarli con dati anagrafici inventati ad hoc. Non c'erano alternative, se non rischiare grappoli di cause milionarie e grane a non finire. Nove anni dopo, ci risiamo. Questa volta ci sono i dischetti e anzi il «libro nero» è atterrato direttamente sul mio iPad, con la benedizione del vicepresidente del CSM David Ermini, che ringrazio di cuore per la sua disponibilità. Nel 2008 l'accesso al «registro dei cattivi» era quasi impossibile; oggi resta quel muro invalicabile e anzi rafforzato negli ultimi tempi: il diritto alla privacy più quello all'oblio, sancito da una sentenza della Cassazione a Sezioni unite. E pazienza se le storie proposte al lettore non sono archeologia ma cronaca, dal 2010 fino ai mesi scorsi. Il velo non può cadere: quindi via i nomi, via le città e via i riferimenti che potrebbero rendere riconoscibile l'autore di turno del misfatto. Ma non c'è una virgola che sia inventata, fuori posto o esagerata. Il lettore si troverà nell'aula austera della Disciplinare, solo con quella tendina davanti all'identità dei protagonisti, schermati con generalità di fantasia. Il materiale raccolto supera ancora una volta le previsioni più cupe. Ecco il giudice che molestava, imperterrito, la collega e quello che, pizzicato al volante ubriaco, ha avuto l'ardire di gridare ai carabinieri: «Sbirri di m..., mi avete rotto i coglioni», e alla dottoressa del 118: «Ti lecco la f...» Come nemmeno in un bordello. Atteggiamenti indecorosi che dovrebbero essere puniti, nel tempio del diritto, con la massima severità. Invece, i verdetti più di una volta appaiono di manica extralarge, diluiscono le colpe, aprono le porte dell'indulgenza, anche ai recidivi. In sostanza, sono pistole a salve. Distributori di punizioni modeste, qualche volta indolori: l'ammonimento o la censura. Caramelle amare o poco più. Più di rado ecco la perdita di anzianità e, ancora meno, l'espulsione dalla categoria. Comminata col contagocce. Così il cittadino inconsapevole entra a Palazzo e si affida a soggetti che non potrebbero rimanere cinque minuti in più in un ufficio o in un'azienda. E sarebbero messi alla porta, sventolando sotto i loro occhi il cartellino rosso. Ma rossa di vergogna dovrebbe essere la giustizia. Mortificata da personaggi impresentabili e da chi cerca di attutire il rumore delle loro cadute rovinose. ## Stefano Zurlo ottobre 2020 Il giudice copia la sentenza Era un ritardatario seriale e pazienza se i cittadini erano costretti ad aspettare. Gli avevano già aperto un primo procedimento disciplinare nel '99, poi un altro nel 2001, ma il terzo millennio non ha portato alcun miglioramento. Anzi, fra il 2001 e il 2003 Romeo Italia ha combinato altri disastri nel tribunale dell'Italia meridionale in cui era approdato. La bellezza di 74 procedimenti civili fuori tempo massimo, con punte incommentabili di 595 e 560 giorni. Ma decine di sentenze sono state confezionate molto dopo i tempi stabiliti e la Disciplinare del CSM mette in fila impietosamente i numeri di questa débâcle: fra i 400 e i 500 giorni in sette casi; fra i 300 e i 400 in altre sei vicende; e poi 15 volte 200-300 giorni oltre il cronoprogramma stabilito dalla tabella di marcia canonica. Trecento giorni sono quasi un anno, ma purtroppo non è nemmeno questo il peggio, in un grappolo vergognoso di processi disciplinari. Fra una perdita di tempo e l'altra, il giudice Romeo Italia si è superato con il verdetto, scritto -si fa per dire -fra il 23 e il 30 aprile 2003: in quell'occasione la svogliatissima lumaca del diritto ha copiato pari pari 55 delle 71 pagine del testo da una delle due parti, tecnicamente quella attrice e, combinazione, pure quella vittoriosa. Sì, le ha prese in blocco, compresi i commenti e i giudizi ovviamente non proprio equidistanti, utilizzando la nobilissima tecnica del copia e incolla. Domanda che non andrebbe mai posta: ma come può un giudice, sia pure con la stima e l'orgoglio per la propria funzione sotto i tacchi, concepire la folle idea di saccheggiare senza ritegno il vocabolario e pure la punteggiatura di uno dei due contendenti? Lui invece l'ha fatto, eccome. Si trattava fra l'altro di una causa molto delicata e in qualche modo interna ai meccanismi già farraginosi della nostra giustizia: nel mirino infatti era finito un avvocato accusato di non aver svolto in modo corretto il proprio compito. Una vicenda difficile, da maneggiare con circospezione e tatto, ma lui non si perde in preamboli e si sdraia letteralmente, senza timore, sulla tesi del cliente danneggiato. Trascrive quel che ha teorizzato l'avvocato della parte attrice, aggiunge poco altro e stanga il condannato imponendogli un risarcimento alla controparte per danno esistenziale di 500 mila euro. C'è da stropicciarsi gli occhi. La Disciplinare, in gravissimo imbarazzo davanti a tanto arrogante menefreghismo, sviluppa una discussione surreale sui limiti del suddetto copia e incolla. Che in effetti può essere esercitato solo per le parti «meramente descrittive». Ci mancherebbe. «Secondo la giurisprudenza», ricorda il tribunale delle toghe, «configura illecito disciplinare la condotta del giudice civile che redige sentenze la cui parte motiva sia costituita essenzialmente dalla riproduzione pedissequa del contenuto della comparsa conclusionale della parte vittoriosa.» Spiegazioni che chiunque sia fornito di un minimo di buonsenso, senza bisogno di una laurea, sa già. Il giudice, insomma, dovrebbe soppesare e valutare gli elementi forniti dai duellanti sulla sua bilancia e non scopiazzare come uno studente alle prime armi i ragionamenti di uno dei due, facendo saltare ogni parvenza di terzietà, di indipendenza, di decoro. «Solo quando parti meramente descrittive di un provvedimento giudiziario», rimarca la Disciplinare, «mutuino contenuti di un atto difensivo, il fatto può non apparire lesivo della fiducia e della considerazione di cui un magistrato deve godere e del prestigio dell'Ordine giudiziario.» L'eccezione ci può stare, ma qui il mondo è capovolto: il magistrato si fa dettare le parole da chi reclama giustizia. Metà altoparlante e metà scendiletto. Vergogna. Il tutto in linea con un comportamento che si può tranquillamente definire scandaloso: i ritardi sono cronici e ripetuti fino alla noia. E nemmeno ci sono attenuanti che alleggeriscano la sua intollerabile posizione. Anzi, la Sezione presieduta da Annibale Marini completa il ritrattino dell'incolpato con annotazioni sconfortanti: «I ritardi sono qualificati da sistemicità, non giustificati da un peculiare carico di lavoro o da speciale complessità dei casi giudiziari trattati e sintomatici quindi di inadeguata capacità di organizzazione del proprio lavoro». Eppure nel 2010, a undici anni dall'apertura del primo procedimento e a sette -sette -dalla sentenza che dovrebbe far arrossire una matricola di legge, Romeo Italia è ancora in servizio. Attaccato alla scrivania che non ha nessuna intenzione di lasciare. Romeo era stato condannato, in un primo round, alla pena della perdita di un anno di anzianità. Una condanna grave, in grado di incidere sulla carriera e sul portafoglio, ma non di assestare il colpo del ko. Nemmeno a lui. Romeo era rimasto sul ring. Non l'avevano espulso dall'Ordine giudiziario. Ma c'è di peggio: in appello la condanna era stata cancellata dalle Sezioni unite civili della Cassazione per mancanza di motivazione. No comment. Gira e rigira, Romeo è sempre al suo posto, fa sempre danni, è sempre in affanno per usare un eufemismo. Non importa. La penosa vicenda ritorna alla Disciplinare e finalmente il 15 ottobre 2010, dopo anni e anni di rimbalzi, ecco la condanna. Che è esattamente uguale alla precedente. Perdita di un anno di anzianità. Nulla di più, anche se il quadro tratteggiato è drammatico. Quasi incredibile. Avvilente per chi ha un minimo di fiducia nell'apparato. Romeo Italia resta in quel tribunale. E può, sia pure ammaccato, andare avanti ad amministrare la giustizia in nome di quel popolo italiano che ha tradito così platealmente. E che fa aspettare e aspettare ancora a ogni decisione. Offrendo ingiustizia nelle aule del tribunale. ## I ritardi non sono sistematici A leggere le polemiche furibonde nate sulla riforma Bonafede e la prescrizione, c'è da sorridere. Un conto sono le teorie e i proclami, altra cosa la realtà. E l'osservazione sul campo dice come una sentenza che di questo passo poco o nulla cambierà. Dunque, il Guardasigilli dei governi Conte 1 e Conte 2 ipotizza bacchettate sulle dita dei giudici ritardatari, azioni disciplinari a raffica, la mano dura del ministro, come contrappeso alla nuova legge che abolisce i tempi contingentati per arrivare a un verdetto definitivo. Naturalmente, l'idea di Alfonso Bonafede provoca reazioni stizzite e la corporazione si indigna, strepita e rifiuta lo scambio. Se un magistrato andrà per le lunghe, con ritmi intollerabili nell'Italia che sopporta e metabolizza tutto, allora si valuterà il singolo caso. Quella storia. Quel vulnus a un sistema così malconcio. Senza generalizzare e senza stabilire automatismi punitivi, come aveva azzardato il candido ministro. Tranquilli, non se ne farà niente. A maggior ragione perché già ora, nell'indifferenza generale, senza che nessuno se ne accorga, la Sezione disciplinare, insomma l'importantissimo tribunale delle toghe costituito all'interno del CSM, emette verdetti sbalorditivi, almeno per l'opinione pubblica che pensa: il bianco è bianco e il nero è nero. Eh no, ci sono mille sfumature, mille variabili, mille interpretazioni possibili e così anche davanti ad accuse schiaccianti, almeno a prima vista, un processo disciplinare può chiudersi con l'assoluzione. Sì, assoluzione piena per il giudice Giovanni Oleandro, stanato nel 2008 da un'ispezione al tribunale di una città dell'Italia centrale in cui lavorava. Oleandro, nel redigere cinque sentenze penali collegiali, insomma nello scrivere le motivazioni dei verdetti, aveva accumulato ritardi da maglia nera. Come un treno smarrito da qualche parte sui binari e destinato ad arrivare alla stazione successiva con tempi totalmente sballati. Più di quattro anni di ritardo in un caso, più di due e mezzo in un altro, più di due nei restanti tre. La cinquina della vergogna. Uno sfascio. E un disservizio da terzo mondo per gli utenti della giustizia, funzione sacra che tocca le nostre libertà, ma non per gli operatori di un mondo abituato a convivere con i limiti delle toghe, la scarsità dei mezzi, l'elasticità dei controlli. Dunque, la vicenda di Giovanni Oleandro è esemplare. Quel che appare a prima vista in un modo non sempre è così. Anzi, quasi mai nell'Italia che arranca, tira la coperta di qua e di là, infine copre e giustifica. Sulla carta i casi sono pesantissimi. Quattro e passa anni di attesa per il deposito di un provvedimento sono un'enormità. Che altro aggiungere prima della «fucilazione» dell'incolpato? E invece per la Disciplinare c'è molto da puntualizzare, fino a ribaltare una situazione che pareva disperata. Tanto per cominciare non basta lo sforamento dei tempi per arrivare a una condanna. Sia pure una condannina. No, ci vogliono in contemporanea tutte e tre le condizioni: i ritardi devono essere reiterati, gravi e ingiustificati. Tre parametri che devono stare insieme. Ma non c'è bisogno di tanto studio per smontare un'accusa che già vacilla e arretra. Non serve andare tanto lontano: basta soppesare in controluce uno dei tre aggettivi. Che significa reiterato? Già, che vuol dire? I giudici dei giudici ragionano da par loro: «Il riferimento alla reiterazione della condotta lascia intendere che si tratta di un illecito abituale che, secondo la giurisprudenza richiede quale elemento costitutivo, la reiterazione abituale dei fatti». In pratica? Ecco in successione uno slittamento di quarantotto mesi e oltre, un altro quasi altrettanto insostenibile, tre ulteriori molto invasivi. Dove si colloca l'asticella? Altro che automatismi e proclami alla Bonafede. La Disciplinare ha in testa un suo criterio. E l'8 ottobre 2010 lo espone con parole chiarissime: «Il grave ritardo ha riguardato cinque sentenze in un arco temporale di sette anni, nel corso del quale il giudice ha depositato ben 831 sentenze; il rapporto fra il periodo temporale, il numero di sentenze depositate e il numero di sentenze depositate in ritardo porta a escludere che vi sia stata un'abitualità nel senso sopra precisato nel deposito di sentenze fuori dai termini previsti dalla legge e che, quindi, l'illecito disciplinare contestato si sia perfezionato». Sì, non si è perfezionato, per usare il linguaggio impalpabile dei maestri del diritto. Le disfunzioni ci sono e sono paurose. Ma le griglie della colpa sono strette strette. Quegli anni di troppo resteranno impuniti. Il procuratore generale, che sostiene l'accusa, chiede l'assoluzione di Giovanni Oleandro. E puntuale l'assoluzione arriva. ## Espressioni da bordello Par di sognare. È l'11 aprile 2009. Il giudice, in aspettativa in quel momento per un dottorato di ricerca, si aggira in stato di ebbrezza sulla pubblica via. Ha bevuto. Tanto. Troppo. Barcolla. Gesticola. Forse parla pure da solo, come un esagitato. Non sta bene e viene soccorso. Ma invece di ringraziare chi vorrebbe dargli una mano si produce in una serie rabbiosa e irrefrenabile di contumelie. Il primo a subire la sua ira è un signore che viene aggredito e si ritrova con escoriazioni ed ematomi in faccia. Potrebbe pure bastare, ma il gentiluomo in toga è pronto per un secondo round. Arrivano due poliziotti e lui li accoglie con il più classico dei benvenuti: «Sbirri di merda... brutti sbirri bastardi. Mi avete rotto i coglioni». Frasi da trivio. Subito accompagnate da ulteriori minacce quando l'uomo si ricorda di essere pur sempre un magistrato. E così compone una rapida variante sull'eterno tema del «lei non sa chi sono io». Le sue parole sono acuminate: «Ve la faccio pagare a tutti quanti perché non sapete con chi avete a che fare. Adesso chiamo il questore. Adesso», insiste davanti a un plotone di agenti corsi a calmare le acque, «lo chiamo e vi sistemo». Manca giusto per completare il repertorio un riferimento al sesso e l'occasione si presenta nel giro di qualche minuto quando arriva l'ambulanza del 118. Il giudice saluta la dottoressa con un'espressione adeguata al personaggio: «Ti lecco la figa». Il tutto fra strattoni, urla, insulti. Un episodio devastante, ma non l'unico anche se sembra impossibile. Due mesi dopo, il 9 luglio 2009, il dottorando si ripete. Con la sua BMW tampona un'altra auto, una Cinquecento serenamente parcheggiata. Dà il buon esempio tentando coraggiosamente la fuga, poi si blocca, scende e concede il peggio di sé. Questa volta ci vanno di mezzo due attoniti carabinieri. Lui li prende a pugni e calci e li apostrofa alla sua solita maniera: «Bastardi, carabinieri di merda». Danneggia come fosse un vandalo problematico di periferia l'Alfa 156 dell'Arma e si rifiuta di dare le proprie generalità. Finisce che i militari esterrefatti lo arrestano sul posto e il provvedimento viene convalidato dal GIP che poi decide di rimetterlo in libertà. Ma mentre lo portano via, Orazio Gallo scarica altre offese sui sottufficiali: «Ringraziate che sono ammanettato, ora vi ho rotto la prima macchina, poi vi rompo a tutti e tre». Forse sommando la vettura alle divise in una sconnessa allocuzione. Lo scaricatore di porto togato va avanti con la sua requisitoria ad alto tenore alcolico: «Bastardi carabinieri di merda, che fino a qualche tempo fa vi ho aiutato con gli altri magistrati e con i vostri signori ufficiali, tanto poi sistemo tutto io, ve la faccio pagare». Orazio Gallo si ritrova sotto accusa quattro volte: si sviluppano infatti due procedimenti penali e altrettanti disciplinari che poi vengono riuniti. Di solito i giudici delle toghe aspettano che i loro «colleghi» magistrati emettano i verdetti prima di andare avanti, ma qui lo scandalo è troppo grosso e al CSM capiscono di dover lanciare un segnale, luminoso come un bengala nel cielo della giustizia, per non perdere la propria credibilità. Si va avanti comunque, anche se il verdetto della Disciplinare arriverà in un secondo momento, mettendo Gallo all'angolo. Anche perché il quadro, già disastroso, si fa se possibile ancora più pesante. Si scopre che Orazio ha già avuto due procedimenti disciplinari, sempre fra alterchi, specchietti retrovisori e sgommate, sempre in strada, sempre con mitragliate lessicali inascoltabili. Ma come fa un soggetto del genere, che quando apre bocca fa a pezzi ogni galateo istituzionale, a parlare in nome del popolo italiano? Che immagine trasmette di sé e della sua funzione? E come potranno uomini e donne accettare le sue decisioni dopo averlo visto dare in escandescenze, sferrare cazzotti da rissa di osteria, sfasciare una macchina come un invasato? Domande che si perdono nei fumi dell'alcol. Attenzione: viene fuori che in un caso Orazio Gallo era stato assolto, ma nell'altro si era preso la sanzione, soft come un buffetto, dell'ammonimento. «Dai, non farlo più.» Lui, invece, l'ha fatto. E l'ha rifatto ancora. No, non va bene. Non si può tirare a campare e vedere se lo condanneranno sull'altro fronte, quello in cui è imputato come un cittadino qualunque. Oltretutto i fatti sembrano granitici nella loro desolante sequenza: «Le relazioni di servizio, provenienti dai pubblici ufficiali intervenuti, appaiono adeguatamente circostanziate e disegnano un quadro indiziario più che solido. Neanche gli atti difensivi... appaiono idonei a contraddire l'evidenza delle relazioni acquisite. In entrambi gli episodi contestati ricorrono modalità comportamentali, quali il grave stato di ebbrezza, l'aggressività nei confronti degli agenti e degli altri intervenuti sia fisica che verbale, l'alterazione psicofisica, descritti in modo coerente e difficilmente riconducibili, in ciascuno dei due episodi, a cause diverse dallo stesso comportamento dell'incolpato e, sempre allo stato, appare poco credibile che essi siano stati determinati da comportamenti arbitrari o persecutori riferibili alle persone intervenute». Nessun complotto, dunque, ma semmai una debolezza di fondo e un diavoletto pronto ad affacciarsi a intermittenza e a vomitare insolenze. E allora la Disciplinare fa le sue valutazioni: «La gravità dei fatti è radicalmente incompatibile con la prosecuzione dell'esercizio delle funzioni poiché gli stessi, per la loro intrinseca rilevanza (plurimi reati contro pubblici ufficiali), eclatanza, reiterazione e notorietà nell'ambiente sono tali da impedire, nei rapporti con le forze di polizia giudiziaria, gli utenti del servizio giustizia, i colleghi e il personale amministrativo, di svolgere l'attività giurisdizionale con il necessario prestigio. Non vi è inoltre sufficiente affidabilità sul pieno controllo delle proprie capacità da parte del dottor Gallo neanche nell'esercizio ordinario delle funzioni». Orazio Gallo non può restare al proprio posto. Ci sarebbe la scappatoia dell'aspettativa, provvidenziale in quel momento buio. Ma il CSM prende la strada dritta ed evita curve, ricami e cavilli. Il 4 giugno 2010 Orazio Gallo viene sospeso in via cautelare dalle funzioni e dallo stipendio: la sanzione finale, inevitabile, verrà erogata in seguito, dopo la chiusura delle sue pendenze con la giustizia ordinaria. Ma, intanto, per vivere deve farsi bastare il cosiddetto assegno alimentare. E, soprattutto, deve lasciare la toga in un armadio. ## Ventiduemila euro di «multa» per il ritardo La storia di questa causa pare una solenne presa in giro di tutti i proclami e le promesse ascoltati in questi anni. Sì, perché se il giudice non dà impulso al procedimento, non lo governa, non lo spinge verso la conclusione cercando di mantenere un ritmo decente, allora tutte le riforme e gli sforzi studiati per migliorare il sistema non servono a niente. Qui la cronologia, nuda e cruda, vale più di un convegno sulla giustizia che non funziona, sulla sfiducia degli utenti, sui costi esorbitanti di un servizio scadente quando, come in questo caso, inqualificabile. Siamo in un tribunale del Nord. Il procedimento civile, una divisione ereditaria, parte il 4 ottobre 1982. Francesca Nava riceve fra la mani il fascicolo come giudice istruttore nel 1996. Quattordici anni dopo l'incipit. Cosa sia accaduto in tutto quel tempo non è chiaro, ma nel 1996 siamo ancora in alto mare. E il caso è ancora in mezzo all'oceano nel 2006, dieci anni dopo e ventisei dopo il prologo, quando Nava, presidente di sezione, molla l'eredità a un collega, in una staffetta alla moviola. Dieci anni per combinare poco o niente. Ne trascorrono altri tre per arrivare, il 16 dicembre 2009, alla condanna del ministero: via Arenula deve indennizzare, in base alla legge Pinto, la parte attrice con ventiduemila euro. Ventiduemila euro di «multa», chiamiamola così, per la durata irragionevole di una causa lunga quasi come il viaggio di Mosè verso la Terra Promessa. Ventiduemila euro che si potevano agevolmente risparmiare ma che sono il prezzo, tutto sommato modesto, di superficialità, sciatteria, menefreghismo. Del resto la legge Pinto è nata per lavare i panni sporchi in casa ed evitare all'Italia figuracce e condanne a raffica davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo per l'eccessiva lunghezza dei processi, penali o civili. Meglio risolvere i guai senza tanto clamore, dentro il circuito giudiziario tricolore. Ma questo caso, come purtroppo tanti altri, grida vendetta. Ci saranno pure i tribunali intasati, i cancellieri che devono sdoppiarsi e le stampanti che non funzionano, ma ci sono anche vicende in cui letteralmente non si capisce come si sia potuta perdere anche l'ultima briciola di credibilità. Anni. Decenni. Non per una saga biblica ma per una vicenda che doveva essere fermata alla prima stazione. Lo si capisce bene proprio dall'incredibile decorso del processo disciplinare. Francesca Nava, per un certo periodo pure facente funzione come presidente di quel tribunale e dunque non proprio sprovveduta, fa notare che quella causa era pasticciata, confusa, fumosa. Al CSM controllano e restano basiti: è tutto vero. La gentile presidente ha tirato per le lunghe una storia adagiata su un binario morto sin dalla partenza. Inimmaginabile. Ma documentato dalla Disciplinare, sia pure con un linguaggio morbido e quasi asettico: «È certamente inaccettabile che si sia dovuto attendere quasi trent'anni per rilevare vizi procedurali che la stessa giudice denuncia come esistenti sin dall'inizio del giudizio, pur avendo omesso di rilevarli nel corso dei ben dieci anni in cui fu assegnataria della causa come giudice istruttore». Testuale. Come una lapide sulla tomba del diritto. E infatti, in un finale grottesco e quasi caricaturale, altre toghe decretano lo stop definitivo dopo un cincischiamento trentennale: il 27 marzo 2010 il giudizio viene dichiarato improseguibile e la causa cancellata dal ruolo. Il gioco dell'oca è solo una pallida imitazione di questo rito inconcludente. Ma che cosa ha fatto Francesca Nava nell'arco dei dieci anni in cui ha gestito, eufemismo, quei faldoni? Niente o quasi, ma quel poco che ha combinato l'ha fatto male. Nell'ordine: «Ha atteso quasi tre anni», tre anni buttati, «per la sostituzione del consulente tecnico d'ufficio inadempiente», che teneva le braccia conserte e pensava agli affari suoi; «ha poi richiesto un supplemento di perizia avendo in seguito concesso udienze di mero rinvio (dal 16 /11/2001 al 17/11/2003». Altri due anni andati in fumo. «Infine, dopo che la causa era stata rinviata avanti al collegio e assunta in decisione, l'ha rimessa sul ruolo per ulteriori chiarimenti del consulente tecnico.» Una capriola sui titoli di coda davvero temeraria, anzi da far arrossire, se si considera che Francesca Nava ha avuto il coraggio di chiedere ancora delucidazioni a quasi venticinque anni dalla partenza di questa maratona infinita, da concludere invece prima possibile. Oltretutto, fra un rinvio e l'altro, una delle parti era morta causando un ulteriore stop di qualche mese, dal 13 dicembre 1999 al 20 aprile 2000. E invece no. Solo per rimanere all'ultimo segmento, le mosse si susseguono con cadenza placida e naturalmente l'una annulla l'altra: «Il 28 aprile 2004 la causa fu rinviata per la discussione davanti al collegio, che il 20 ottobre 2004 ne riservò la decisione». Game over? Macché. La tarantella va avanti, anzi avanti e indietro, allegra: «Con ordinanza del 19 gennaio 2005 il collegio», sempre presieduto dall'imperturbabile magistrato, «dispose la convocazione a chiarimenti» del consulente tecnico, «che il 12 maggio 2006 depositò una nuova relazione scritta. La decisione fu quindi nuovamente riservata all'udienza del 5 luglio 2006». Proprio quel giorno, il 5 luglio 2006, lei fa ciao ciao all'eredità e si congeda da quella storia ormai segnata. Il procedimento, governato da altri, è una barca sugli scogli: «Successivamente, quando Francesca Nava era già stata sostituita, la causa fu rimessa dinnanzi al nuovo giudice istruttore per un'integrazione del contraddittorio e venne rinviata all'udienza del 7 dicembre 2009 per l'escussione di testi». Si prepara in realtà l'ultimo atto: il colpo di spugna che riporterà le lancette al lontano 1982. Come se trent'anni o quasi di mischia fossero stati uno scherzo o poco più. La Disciplinare deve intervenire davanti a uno scempio del genere. Anzi, si accorge di essersi già data da fare, per un singolo spezzone, aprendo un incartamento per il ritardo di 288 giorni, quasi un anno, nel deposito del provvedimento «assunto in riserva», come si dice con linguaggio tecnico -in data 5 luglio 2006. Già, come mai quella melina? Chissà. Ma quello è solo un peccato veniale, se si afferra l'insieme. Come una stanza senza pavimento in una casa senza fondamenta. Francesca Nava si difende, racconta il suo impegno, la sua dedizione, la gestione ordinata ed efficiente, anzi «strabiliante» di molti altri dossier, ma tutto questo non sposta di una virgola il macigno di quella divisione ereditaria: «Neppure la difesa deduce un qualche rapporto dimostrabile tra l Nomine, spartizioni, accordi sottobanco fra le correnti. Tutto avvilente, per carità. Ma c'è ben altro, ben altre infezioni, nel corpo malato della corporazione togata. Comportamenti e azioni davanti a cui si resta interdetti e si fatica a trovare parole adeguate. Ci sono giudici che hanno depositato sentenze con mesi e mesi di ritardo e altri che hanno dimenticato in cella gli imputati per 51 giorni. Ci sono giudici che hanno chiamato i carabinieri per non pagare il conto al ristorante e altri che hanno smarrito pratiche e fascicoli, vanificando anni di processi. Tutti giudici processati dalla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura. Molti sono stati assolti perché c'è quasi sempre una scappatoia: troppo lavoro, il sistema che non funziona, la separazione dalla moglie, la malattia grave di un congiunto. Altri, invece, non sono sfuggiti alla condanna del «Tribunale» dei colleghi con verdetti più di una volta di manica extralarge: l'ammonimento o la censura. Più di rado ecco la perdita di anzianità e, ancora meno, l'espulsione dalla categoria. Sono centinaia i procedimenti disciplinari che i svolgono davanti al CSM: a volte i media ne parlano, della maggior parte invece si tace. Processi celebrati nel silenzio e che nel silenzio si chiudono. Il libro nero della magistratura, il nuovo libro di Stefano Zurlo, traducendo dal burocratese le sentenze della Sezione disciplinare del CSM, illumina un versante sconosciuto della giustizia italiana: i peccati inconfessati delle toghe. Forse non tutti sanno che l'Italia è stata sull'orlo della guerra civile. Era il 14 luglio del 1948, e il Paese si avviava faticosamente a uscire dalle macerie del conflitto mondiale, quando un giovane di 25 anni cerca di uccidere Palmiro Togliatti, capo del Partito comunista. Antonio Pallante, l'autore dell'attentato, racconta per la prima volta la sua storia: dai cinque anni in seminario a quel colpo di pistola che nel '43 interruppe le linee telefoniche fra Roma e Tripoli, fra il Duce e la Libia, e lo mandò quasi sotto processo, dalla carriera da giornalista per «L'Uomo Qualunque» agli scontri violenti con i militanti comunisti siciliani mentre nell'isola sbarcavano gli Alleati. Fino a quel giorno di luglio, quando i colpi della Smith & Wesson comprata al mercato nero di Catania feriscono il Migliore, e per lui si spalancano le porte del carcere. E poi il processo, gli anni della detenzione, la libertà e la vecchiaia: una pagina di storia che per magia torna, o potrebbe tornare attualità. Cronaca. Dà le vertigini, come un meteorite precipitato dal cielo. «Tremavo, tremavo tutto. Credo che anche la mano andasse per conto suo. Poi, finalmente, li vidi uscire. Prima Nilde Iotti, dietro lui. Scese i gradini, arrivò a tre, quattro metri di distanza da me. Cominciai a sparare: uno, due, tre colpi. Continuai a fare fuoco mentre cadeva per terra. Lei si chinò su di lui gridando: "Hanno ucciso Togliatti"...»
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