È questo il "carcer tetro"? Lettere dal carcere 1934-1935
معرفی کتاب «È questo il "carcer tetro"? Lettere dal carcere 1934-1935» نوشتهٔ Carlo Levi; a cura di Daniela Ferraro، منتشرشده توسط نشر Il Nuovo Melangolo srl در سال 1991. این کتاب در فرمت pdf، زبان it ارائه شده است.
Da queste lettere ai famigliari non aspettiamoci i luoghi rituali della comunicazione carceraria, lamentele e minuzie sulle condizioni di vita del prigioniero politico, anche se tale è stato Carlo Levi due volte, nella primavera del 1934 a Torino e nella primavera-estate 1935, prima a Torino poi a Roma, in seguito a una vicenda di presunte cospirazioni ebraiche, soffiate alla polizia e conseguenti retate, che lo portò dritto da Regina Coeli al confino in Lucania: Cristo si è fermato a Eboli, il libro più famoso di Levi, è il felice risultato creativo di un'esperienza tutt'altro che favorevole. Risaputi sono i trascorsi politici dell'uomo, il sodalizio torinese con Gobetti e la collaborazione alla ''Rivoluzione liberale''; poi ''Giustizia e libertà'', con vari articoli sui '\*Quaderni'' e un intenso lavoro di tramite fra Torino e i fuorusciti italiani a Parigi, dove Carlo, dopo la laurea in medicina nel '24, soggiornava spesso per assecondare la propria attività di pittore. Ed è proprio la sua figura vitalistica di intellettuale libertario, di uomo di cultura intero che spicca dall'epistolario, al di là delle strategie difensive, connaturate al tipo particolare di lettera che è la corrispondenza sottoposta al censore, destinatario senza volto ma avvertito come un intruso onnipresente in una comunicazione che vorrebbe, e non può, restare del tutto privata. Le proteste di innocenza che punteggiano le missive vanno naturalmente ascritte all'intento di persuasione obliqua: affermazioni come ''io non ho davvero nulla sulla coscienza'' (lettera VI); "l'innocenza finirà bene per vincere, con la sua evidenza, i sospetti o le prevenzioni"' (X); ''la politica è sempre stata estranea al mio orizzonte mentale' (XXXI) non sono certo indirizzate ai parenti; così come non lo sono l'esibita fiducia in una giustizia di cui lo scrivente conosce fin troppo bene la parzialità (''poichè nulla può essermi giustamente rimprovarato, nulla posso temere da un giusto giudizio'', XXIV) e infine l'enfasi posta sulla propria figura di pittore ''capace, forse più di chiunque altro in Italia, di fissare in modo universale sulla tela le passioni, i sentimenti, il modo di pensare del proprio tempo" (XII). Levi insiste non solo sul suo contributo benefico al ''pubblico interesse'"', ma anche sul principio della serenità o autonomia dell'arte, immune da interessi pratici e men che meno politici. Sfoderando astutamente l'assioma crociano per depistare gli inquirenti dalla sua figura di antifascista, il carcerato si dichiara anche provvisto di robuste virtù passive, come pazienza, temperanza e fortezza: l'altalena snervante fra timore e prospettiva di liberazione diventa ''un ottimo esercizio per il carattere' (XXIII), mentre Levi col Tibullo elegiaco canterà in falsetto dal fondo della cella ''crura sonant ferro, sed canit inter opus"' (XI). Atteggiamenti e percorsi argomentativi rintracciabili anche nel Ricorso alla Commissione d' Appello contro il provvedimento di confino (se ne veda la trascrizione in nota alla lettera XL). All'autoritratto d'artista schizzato a disdoro di chi sorveglia e giudica fa gioco pure l'affoltarsi di letture, dal Paradiso dantesco, scorso in un solo pomeriggio con lo sguardo circolare che abbraccia una cattedrale gotica, al Petrarca, dalle opere di Goethe alla letteratura inglese, da Cesare e Cicerone a S. Agostino e ai filosofi moderni. Ma farebbe torto al mittente chi leggesse l'intero epistolario alla luce di un'argomentazione simulatoria e autoapologeti-ca. L'universo della comunicazione differita e del dialogo sincero, che la lettera vuol prolungare nonostante la separazione, chiama in causa un altro più importante orizzonte di ricezione, il polo familiare, rappresentato qui dall'elemento femminile, madre e sorelle, mentre il padre è lasciato in disparte per timore di coinvolgerlo in un faccenda pericolosa (nel '34 fu arrestato anche Riccardo, fratello di Carlo). Ed è per la consolazione delle amate donne che Levi convoca la letteratura carceraria di Boezio, Cervantes e Campanella, commentando con orgoglio che '"gran parte della più alta letteratura di tutti i popoli è nata in queste celle e dietro queste inferriate' (XXIX): un oroscopo azzeccato alla luce delle future opere leviane, nate dal negativo della segregazione e dell'esilio. Fatta la tara al desiderio di lenire le ansie materne, spicca l'energico impulso dialogico: se 'scrivere (...) è la stessa cosa che conversare", la presenza evocata in forza di magia allocutiva invita alla mescolanza di cose gravi e leggere, proprio come in un dialogo liberamente articolato, ove la varietas o interazione di registri stilistici si apre alla battuta scherzosa e al racconto. La funzione liberatoria della burla verte sulle carceri, ''di-" JO Vel Mel «WL° e I) n pi NOTA AI TESTI Carlo Levi visse alcune fra le più significative esperienze dell'antifascismo di ispirazione liberale: l'amicizia con Gobetti, i contributi a "Rivoluzione Liberale'', la stesura del programma di Giustizia e Libertà, la collaborazione ai ''Quaderni'', i contatti a Parigi con i fuoriusciti italiani e l'attività clandestina. Tuttavia, nonostante un profondo e agguerrito impegno contro il regime, su Levi, medico e affermato pittore, la polizia riuscì a raccogliere solo indizi. Di fatto il primo fermo (13 marzo 1934) avvenne quasi casualmente in seguito all'ondata di arresti abbattutasi su numerosi ebrei dopo la vicenda di Ponte Tresa. Si trattò di una operazione di polizia basata sulle delazioni di René Odin, "'fiduciario'' della polizia che operava con lo pseudonimo di Togo. Grazie a quelle informazioni, due corrieri di G.L. con volantini che invitavano a votare ''No'' in occasione del plebiscito, furono bloccati al confine italo-svizzero. Uno dei due, Mario Levi, riuscì a fuggire gettandosi nel lago e raggiungendo la sponda svizzera a nuoto; l'altro, Sion Segre, venne arrestato e due giorni dopo subirono la stessa sorte sedici persone, tra le quali vi erano Carlo e Riccardo Levi. Dopo alcuni mesi passati nelle carceri giudiziarie di Torino, i due fratelli vennero rilasciati e ammoniti (9 maggio 1934). Nel periodo successivo Carlo si mantenne prudentemente isolato cercando di evitare i contatti con persone compromettenti, ma la polizia fascista riuscì ad introdurre nel movimento sovversivo lo scrittore Pitigrilli durante il processo a Leone Ginzburg e Sion Segre, gli unici due arrestati contro i quali fu possibile
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