Almanacco di Filosofia e Politica Vol. 5 Sulla fondazione. Anarchia e istituzioni
معرفی کتاب «Almanacco di Filosofia e Politica Vol. 5 Sulla fondazione. Anarchia e istituzioni» نوشتهٔ Silvia Dadà, Matteo Polleri (a cura di)، منتشرشده توسط نشر Quodlibet در سال 2023. این کتاب در فرمت pdf، زبان it ارائه شده است.
INDICE 33 Judith Butler e le ontologie implicite Massimo Villani Anarchia e democrazia radicale. Etica, politica, storia in Hannah Arendt e Jacques Rancière Carlo Crosato Michel Foucault, il pensiero anarchico come pensiero istituente Archivio Reiner Schiirmann Anarchia ed egemonie infrante Con un'introdU7.ionc di Francesco Guercio e lan Alcxandcr Moorc L'anarchia e le egemonie infrante di Reiner Schiirmann Migucl Abensour An-archia tra metapolitica e politica Con un'introduzione di Silvia Dadà La politica nel segno della prossimità IO SILVIA DADÀ, MATTEO POLLERI ## 2. (S)fondamenti Svelando la loro costitutiva fragilità, le tendenze storiche appena ricostruite portano alla luce ciò che, con il lessico dell'ontologiapolitica, possiamo chiamare gli (s)fondamenti propri all'istituzione. Questi (s)fondamenti, si badi, non risultano soltanto distruttivi, ma anche e soprattutto rifondativi. Se la nostra epoca è da considerarsi, con Heidegger, come quella della crisi del fondamento e, con Lyotard, come quella della fine delle grandi narrazioni, ciò non significa che la politica si debba ridurre a una frammentaria potenza destituente, che rende inoperoso ogni ordine istituzionale. Pur presentandosi come rivoluzionaria, questa proposta comporta in realtà la negazione delle sue stesse premesse: l'annullamento della politica come espansione della potenza di agire e la sua conseguente condanna alla passività e all'impotenza. Una volta dissolta nella puntualità della decisione, nell'hic et nunc di un evento senza storia, nel barlume di un gesto, in effetti, la trasformazione sociale svanisce con la stessa rapidità con cui si dà. L'estetizzazione della rivolta si risolve così nell'elogio di un «fuori» -dalle istituzioni del diritto, dall'economia, del potere -, che occulta e restringe i margini di cambiamento di queste stesse istituzioni. Per superare l'approccio destituente, senza però rinunciare alla sua forza critica, conviene passare dal concetto statico di istituzione al quello dinamico di prassi istituente. Questo ci pare un modo efficace per rendere conto della mobilità e del carattere processuale dell'istituzione, come struttura permeabile al conflitto. Sul piano ontologico, questa traduzione dell'istituzione nell'istituire comporta di riconoscere che ogni istituzione nasce, cresce, cambia e muore grazie a un'istanza an-archica immanente. Ciò risulta, almeno a prima vista, paradossale. Oggi, istituzione e anarchia continuano infatti ad essere essere intesi come il fondamento e la sua negazione: come l'ordine opposto al disordine, come conservazione e innovazione. Ma se si assume invece la convivenza di queste dimensioni, si creano le condizioni per non disperdere, e anzi accogliere, le spinte al cambiamento e le dinamiche conflittuali. Al di là delle sue diverse interpretazioni, è così che vogliamo intendere l'espressione ossimorica del «principio an-archico» usata da Reiner Schiirmann. Essa rimanda alla necessità di abitare questa tensione originaria, ma rimane tuttavia legata alla nostalgia heideg-Interventi Estremismo o radicalismo. Un bilancio Roberto Esposito 1. A cinque anni dall'uscita del primo numero dell'Almanacco di filosofia e politica può essere utile riproporne le ragioni, ripercorren-ESTREMISMO O RADICALISMO. UN BILANCIO Ma c'è di più. Il pensiero estremistico, anziché articolare le differenze in un quadro complesso, come fa invece quello radicale, tende ad assolutizzarle, scavando tra esse uno scarto irriducibile. Per esempio, se in ordine alla pandemia ha contrapposto drasticamente potere e vita, salute e libertà, in relazione alla guerra ha divaricato in maniera assoluta le due etiche che Max Weber definiva con i termini di convinzione e responsabilità. F.sattamente le polarità che il pensiero radicale si sforza di connettere, senza ignorare le tensioni che la loro articolazione determina, ma consapevole che solo da essa può scaturire una posizione allo stesso tempo filosofica e politica. Il problema di fondo resta quello di congiungere filosofia e storia -anche qui in contrasto con la de-storicizzazione della filosofia generalmente prodotta dal pensiero estremistico. 2. Ma facciamo un passo indietro, tornando al primo numero dcli' Almanacco. Nella sua introduzione Mattia di Pierro e Francesco Marchesi collegano questa tendenza estremistica al pensiero dell'immanenza originato, alla fine degli anni Sessanta, dal rifiuto della dialettica, anche di quella «negativa» formulata da Adorno. Naturalmente questo non vuol dire sottovalutare il rilievo teoretico della svolta immanentista. Essa ha contribuito a rinnovare in profondità il panorama filosofico precedente, ancora interno a una semantica soggettivistica e trascendentalista. L'immanentismo contemporaneo ha portato ai suoi esiti la crisi dei fondamenti determinata dal collasso della tradizione metafisica, aprendo la strada a quel pensiero postfondazionalista cui fa opportunamente riferimento Catherine Malabou nel testo qui pubblicato. Il versante emancipativo della filosofia anarchica, come è da lei presentato in un libro importante dal titolo Au voleur. Anarcbisme et pbilosopbie, rimanda appunto al piano di immanenza determinato dal rifiuto di ogni gerarchia verticale. Ciò detto, l'opzione immanentista, storicamente riconducibile soprattutto alla tradizione bergsoniana, come è stata rielaborata da Deleuze e, più recentemente, in Italia, da Rocco Ronchi, presenta un forte deficit sotto il profilo filosofico-politico o, ancor meglio, ontologico-politico. La sovrapposizione assoluta tra ontologia e politica, sostenuta da Toni Negri, rende problematica la stessa determinazione della politica come ambito specifico dell'esperienza umana. ## ROBERTO ESPOSITO già acquisito. In questo senso l'antistoricismo non gioca contro la storia -piuttosto si articola con essa in una forma che tiene insieme mutazione e consistenza. Da qui l'interesse della tematica evenemenziale sia per la politica in generale che per la prassi istituente in particolare. Politica è la capacità di cogliere gli eventi e organizzarli secondo un progetto d'insieme. Ma forse è l'istituzione, ovvero la dinamica istituente, quella che meglio traduce l'implicazione storica tra evento e processo. Basti pensare a quanto scrive Merleau-Ponty nel suo corso sull'istituzione dei primi anni Cinquanta. Evento non è solo quello da cui, di volta in volta, le istituzioni originano, ma anche ciò che apre un nuovo campo di senso al loro interno. Spesso attraverso conflitti politici-aperti appunto sulle, nelle e tra le istituzioni, come ha sostenuto soprattutto Claude Lefort. Torna la distinzione, e anche l'opposizione, tra estremismo e radicalismo. Istituente è il movimento che, anziché giustapporre le parti, le articola in una maniera complessa, combinando in maniera creativa ordine e conflitto. Da questo punto di vista, rispetto alla assoluta affermatività del paradigma immanentistico e l'assoluta negatività di quello destituente, il pensiero istituente articola affermazione e negazione, connettendo, in forma sempre diversa, potenza affermativa del novum e presenza negativa del limite all'interno del quale si costituisce. Come fa Machiavelli, che all'origine di questo paradigma pensa insieme innovazione e conservazione, libertà e necessità, ordine e conflitto. Su questo punto l'anarchismo filosofico, inclinando vistosamente verso l'estremismo, perde il rapporto con la radicalità, facendo della radice un' arche da smantellare. Eppure esso contiene una forza energetica, una spinta verso la liberazione, che il pensiero radicale deve recuperare, mettendole in tensione con la dinamica istituzionale. Come è detto da Silvia Dadà e Matteo Poi-Ieri nell'introduzione, è precisamente questa l'intenzione del presente fascicolo. Voglio aggiungere ai nomi fatti quelli degli amici che sono parte della redazione dcli' Almanacco, oltre a tutti i partecipanti del «Seminario permanente di filosofia e politica» che fin dall'inizio ne ha costituito la fonte e il motore. Anarchia e istituzione. Riflessioni sulla crisi contemporanea dell'orizzontalità Cathcrinc Malabou È diventato impossibile parlare di istituzioni senza riconoscere il centrale ruolo sociale, politico e -oserei dire -ontologico giocato attualmente dalla tecnologia. Viviamo in un'epoca di uberizzazione generalizzata della vita e le piattaforme tecnologiche digitalizzate sono istituzioni di un nuovo tipo. In un articolo intitolato Digitai Platforms as lnstitutions si trova questa definizione: «le piattaforme sono istituzioni in cui le routine e le regole digitalizzate sono state progettate sulla base delle potenzialità (affordances) digitali della piattaforma. Gli esempi di ride-hailing includono processi decisionali algoritmici come l'abbinamento autista-cliente sulla definizione dei prezzi» 1 • Uber appare come l'archetipo di tali piattaforme, come l'ultima parte della definizione dimostra 2 • Ora, una definizione di "uberizzazione". La società americana Uber è nata a San Francisco nel 2009. L'idea dei fondatori, un giorno in cui non riuscirono a trovare un taxi, fu quella di mettere in contatto diretto, tramite un'applicazione informatica disponibile su uno smartphone, il cliente e un servizio di autisti privati. Grazie a diverse raccolte di fondi, Uber ha potuto svilupparsi in varie città del mondo. Uber ha poi dato il proprio nome a un fenomeno sociale, l'uberizz.azione. L'uberizzazione, nel suo senso più elementare, consiste nel mettere in contatto diretto individui e aziende di servizi grazie ad applicazioni che rendono questa connessione quasi istantanea. AirBnB e Amazon sono ovviamente gli esempi più famosi di uberizzazione, ma ne esistono molti altri, come i servizi bancari, le piattaforme di insegnamento, le piattaforme sanitarie, ecc. Più in generale, la cosid-1 Richard Hccks, Dig;tal Platforms as lnstitutions, «ICTs for Dcvclopmcnt», 2.Junc 2.021. 2 Con ride-hailing si intende infatti un servizio "a chiamata" di vetture con autista [,z.d.t.]. ## CATHERINE MALABOU detta "uberizzazione della società" oltrepassa i meri limiti della tecnologia e designa la deregolamentazione generale degli scambi sociali ed economici, rimodellando così profondamente la definizione delle stesse società e socialità. Le piattaforme digitali non sono certo semplici strumenti. Non danno solo forma a nuove organizzazioni economiche, consentendo il passaggio da un'economia di produzione a un'economia basata sui servizi. È vero che le piattaforme peer-to-peer costituiscono un'innovazione organizzativa radicale e che il capitalismo delle piattaforme ha definitivamente sostituito la logica del capitalismo manageriale dopo la crisi finanziaria del 2008. Tuttavia, gli effetti di modalità di funzionamento flessibili e decentralizzate sono ben lontani dall'essere solo economici e non si limitano alla produzione di consumo collaborativo. Hanno anche, ancora una volta, un fondamentale impatto sociale e politico. Il sociologo americano W.R. Scott definisce le istituzioni come «elementi culturali normativi e regolativi che [ ... ] forniscono stabilità e significato alla vita sociale [ ... ]. Le istituzioni sono trasmesse da vari tipi di vettori, tra cui sistemi simbolici, sistemi relazionali e livelli multipli di giurisdizione»3. Non siamo abituati a considerare le piattaforme digitalizzate come istituzioni. Il più delle volte, il termine istituzione si riferisce allo Stato o a organi governativi. Eppure, le piattaforme sono vere e proprie istituzioni dal punto di vista giuridico, che sono diventate socialmente normative, creando nuove abitudini e comportamenti. E lo sono diventate a tal punto da permettere ad alcuni teorici di affermare che sono in realtà più istituzionali, per così dire, di quelle politiche tradizionali. Vorrei spiegare questo punto. Il capitalismo delle piattaforme non è esattamente identico al capitalismo neoliberale tradizionale. Coincide piuttosto con la sua tendenza estrema, ovvero I' anarco-capitalismo. L'anarco-capitalismo è innanzitutto una teoria che contesta il ruolo degli Stati centralizzati a favore di istituzioni private che difendono la proprietà e la proprietà di sé (self-ownership). Il primo teorico a usare il termine anarco-capitalismo è stato l'economista della scuola austriaca Murray Rothbard. Secondo lui, lo Stato e le 3 William Richard Scott, lnstitutions and Orga,uzations, Sagc Publications, Thousand Oaks 2.014, p. 150. 7 Pctcr Slotcrdjik, The Grasping Hatzd. The modern democratic state pillages its productive citize11s, «City Joumal», Wintcr 2.010. 8 lbid. 9 Cathcrinc Malabou, Au voleurl Atiarchisme et philosophie, PUF, Paris 2.02.2.. ## CATHERINE MALABOU Vorrei insistere ulteriormente su questo punto. Sono grata a Roberto Esposito per avermi fatto conoscere il libro di Oliver Marchart Post-Foundational Politica/ Thought 10 • Marchart analizza innanzitutto la differenza spesso operata da importanti pensatori politici contemporanei tra «la politica» e «il politico». Egli afferma che questa coincide con la differenza ontologica di Heidegger. Così scrive Marchart: Come differenza, questa differenza non presenta altro che una scissione paradigmatica nell'idea tradizionale di politica, in cui è stato necessario introdurre un nuovo termine (il politico) per indicare la dimensione "ontologica" della società, la dimensione dell'istituzione della società, mentre la politica è stata mantenuta come termine per le pratiche "ontiche" della politica convenzionale (i tentativi plurali, particolari ed eventualmente fallimentari di fondare la società) 11 • La differenza politica riguarda la differenza tra il politico inteso come causa assente e la politica intesa come effetti istituzionali ontici di tale assenza: l'esistenza dello Stato, della polizia, persino del governo. La differenza politica permette ai filosofi di concludere che la società, a causa della doppia divisione ontologica/ontica e istituente/ istituita, non può essere identica a sé stessa e rimane per questo motivo senza un fondamento essenziale. Il post-fondazionalismo in filosofia politica mette quindi sistematicamente in discussione le figure metafisiche del fondamento, della totalità, dell'universalità, dell'essenza, nonché l'unità e la presunta fissità delle classi sociali. « Un approccio post-fondazionale non cerca di cancellare completamente queste figure del fondamento -dichiara Marchart -, ma di indebolire il loro statuto ontologico» 12 , cioè di affermare l'assenza di una causa finale. Non si tratta quindi di contestare le istituzioni in sé, ma di accettare di vederle come «fondamenti contingenti», per dirla con Judith Butler 1 3, cioè di vederle come fugaci e parziali, ma comunque come
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